Pier Ferruccio Mennucci

PIER FERRUCCIO MENNUCCI

E’ nato a Bibbona (LI) il 3/8/1933 e risiede in San Gi-mignano (SI).
Il suo primo maestro fu il pittore e incisore Car-lo Guarnieri, che lo seguì e, per diverso tempo, lo guidò nelle tecniche del colore.
Negli anni cinquanta, trasferitosi in Val d’Ar-bia, ebbe modo di frequentare un gruppo di ar-tisti senesi: Oscar Staccioli, Plinio Tammaro, Emilio Montagnani, grazie ai quali arricchì la sua esperienza artistica. In quegli anni appro-fondì lo studio sul nudo presso la Scuola d’Arte di Siena. Sempre a Siena, per qualche anno, condivise lo studio di via Pantaneto con l’amico Emilio Montagnani.
Alla fine degli anni cinquanta si trasferì nei pressi di Poggio a Caiano (FI), dove ebbe occa-sione d’inco-trare e frequentare i pittori: Ar-dengo Soffici, Silvio Polloni e Vinicio Berti, traendo da tali incontri sempre maggiori espe-rienze ed insegnamenti.
Non stiamo ad elencare le numerose esposizioni di Mennucci, sia in Italia che all’estero, tra i vari riconoscimenti ottenuti possiamo citare, in particolare, il premio “Marzocco” del comune di Firenze, che gli fu consegnato dall’allora assessore alla cultura Prof. Pietro Bargellini.
Nella metà degli anni sessanta, trasferitosi a Magione (PG) nel castello “La Magione” di proprietà del “Sovrano Militare Ordine di Mal-ta”, ebbe l’opportunità di scoprire e ripulire l’affresco del “Perugino” situato nella cappella gentilizia del castello.
Designer di oggettistica decorata, prevalente-mente con temi marini, ha esposto per dieci an-ni le sue creazioni al “Salone Nautico Interna-zionale di Genova”.
Mennucci ha realizzato raffigurazioni sacre per la chiesa di S.Lucia e per il convento di S.Ago-stino in San Gimignano (SI). Dal 1998 Pier Ferruccio Mennucci tiene corsi di disegno e pittura per conto della “Libera Università del Comune di San Gimignano”

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Quando il linguaggio come sembra non essere più corrispondente o inadeguato ad esprimere l’urgenza delle emozioni scaturite dall’empatia con il mondo, che si dispiega alla nostra co-scienza nelle sue forme più variegate e solleci-tanti, allora può sembrare necessario ricercare modi espressivi diversificati, al di la delle paro-le, e lavorare alla costruzione di sistemi comu-nicativi che crediamo essere più sottilmente ca-paci a trasferire verso l’esterno il nostro castel-lo interiore.
Qualora, come mi pare per Pier Ferruccio Mennucci, sia l’esperienza della natura, intesa come paesaggio a scenario terrestre che si for-ma quale set privilegiato dalla condizione uma-na, ad interessarci a tal punto tanto da richie-dere un cambiamento del registro linguistico, nel nostro caso diventato discorso per immagini pittoriche, se ne dovranno, di questo nuovo lin-guaggio, determinare quelle coordinate struttu-rali che lo rendono coerente ad esprimere la molteplicità degli aspetti naturali e, al contem-po, modularlo su qualità di raffigurazione che, semmai, lo innalzi a valori simbolici.
Mennucci, prescelto un paesaggio rurale dove maggiormente si evidenzino le caratteristiche di una toscanitudine che, nel suo particolare spe-cifico, si riveli ad un occhio non ignaro di quei territori come valdelsana, ne individua anche una sigla allegorica, quasi un logo, la quale, ripetendosi ogni volta simile nella grafica ma diversificata nel riverbero cromatico, attesti l’autenticità “morale” di quei campi, di quei terreni lavorati, di quelle radure campestri: la vite.
Queste viti, arabescate nel reticolo della rami-ficazione, si propongono come geroglifico signi-ficante, segnaletica botanica ad alto tasso di identificazione, e proprio per questo travalicano il limite locale imposto dalla scelta del qui ed ora (la campagna di San Gimignano nell’arco delle stagioni), ma, invece, si comportano come una divisa araldica più universale: sono quelle viti, l’emblema stesso di una ruralità vasta ed antica, che tocca geografie diverse ma di radice comune.
Gabriele Borghini

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E’ un viaggio della memoria e del cuore quello che propone Pier Ferruccio Mennucci con la sua ultima “personale”.
Cieli e campagne, borghi e colline, viti e olivi, case e mulini, nudi e destrieri si susseguono in un teatro dell’anima orchestrato con un regi-stro linguistico coinvolgente. Olii, tempere, af-freschi, acquarelli e sculture rispondono ad una autentica vocazione artistica che traspare dalla forza del colore, dall’intensità del gesto pittori-co e dalla esperienza delle raffigurazioni. Im-magini dai colori marcati ( dai funerei cobalti dei cieli ai solari gialli delle colline), tempere addensate in grumi policromi, scheletriche scul-ture lignee sinuose ed avvolgenti echeggiano l’universo interiore dell’artista, che le plasma e le modula nel loro divenire fino a farsi materia.
La naturale espressività dei soggetti è esaltata da una cifra artistica che accentua i contrasti cromatici e muove la composizione dei piani pittorici, ricercando armonie che trovano segni e spazi di luce capaci di accendere le opere e dar loro uno specifico tono. E’ una mostra che può leggersi per nuclei tematici correlati (il paesaggio, i corpi, le luci, ecc.), ma che rispon-de innanzitutto all’intento di Mennucci di do-narci una vibrante iconografia della sua terra: San Gimignano e la campagna toscana, che, coi suoi casolari, le sue pievi e le sue verdi on-de, travalicano tutta la contemporaneità per ri-velarsi scenari simbolici ormai divenuti emble-mi di bellezza e sobrietà.
Un linguaggio estremamente personale, per-meato da frequenti rimandi alla “figurazione” e ad un’impostazione stilistica di taglio accademi-co, connota la non trascurabile teoria delle di-verse opere in mostra. Opere di alto tenore evo-cativo dei motivi più consueti all’artista, in cui quest’ultimo trova forse alcuni degli esiti stili-stici più compiuti e maturi del suo ormai ultra-decennale itinerario creativo. Un risultato al quale Mennucci è progressivamente pervenuto grazie ad un arduo sforzo di elaborazione del proprio lavoro –estrinsecandosi attraverso ca-noni estetici, tecniche e materiali diversi e pas-sato al taglio dell’indagine teorica della storia dell’arte-, approssimandosi così a quella compiutezza stilistica che, tuttavia, per diversi veramente tale, non può che restare, per lui come per tutti coloro che sposino l’arte e la pittura come linguaggio espressivo, solo un fertile e stimolante miraggio.
Valerio Bartoloni

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“Cento volte San Gimignano” è il titolo di una mostra prestigiosa che il pittore Pier Ferruccio Menbnucci allestisce nella Salka della Cultura di via S.Giovanni e, al tempo stesso, un signifi-cativo omaggio a San Gimignano, diventata da oltre quaranta anni, la sua città, da esso ritratta in cento aspetti diversi, con 100 diversi disegni.
L’arte di Mennucci, nato a Bibbona (LI) e tra-sferitosi successivamente prima nel senese e poi nel fiorentino, ha sempre il disegno come in-dispensabile punto di partenza, tanto da far ri-cordare, in alcuni scorci fra quelli esposti –sca-le, interni, particolari casuali di primo piano- il grande artista senese Arturo Viligiardi (1869-1936), specie in certi suoi soggetti sangimigna-nesi e senesi.
Un percorso artistico, quello del maestro san-gimignanese, puntualizzato da una infinità di esposizioni prestigiose, sia in Italia che all’este-ro, e costellato di riconoscimenti importanti, sia in termini di critica che di premi assegnatigli.
La mostra di Mennucci si presenta con una particolarità: all’interno dell’esposizione, ven-gono messe in vendita, grazie anche a sponso-rizzazioni importanti, raffinate cartelle conte-nenti ciascuna ben cinque stampe. Ma quella che potrebbe sembrare un’operazione commer-ciale nell’ambito di un evento culturale, è in realtà uno strumento di beneficenza, in quanto il ricavato di questa vendita verrà devoluto, tra-mite la “Caritas Diocesana”, al progetto di rea-lizzazione di un asilo, “Asilo Jardin Canossa”, a Imperatriz in Brasile.
Giovanni Cencetti

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